Vuoi fare l’influencer? Allora devi andare a scuola

Vuoi fare l’influencer? Allora devi andare a scuola

Più del 60% dei lavori che facciamo oggi, negli anni Quaranta del ‘900 nemmeno esistevano: lo dice un report del 2020 del Massachusetts Institute of Technology. Sono nati grazie alla tecnologia. E probabilmente sarà lo stesso pure negli anni Quaranta di questo secolo. Anzi: è lo stesso già adesso. Un caso su tutti è quello del cosiddetto influencer marketing, cioè della promozione di qualcosa attraverso una personalità dei social. Può essere qualsiasi cosa: un prodotto, un servizio, un film, una serie tv. O un museo: se nel 2021 le Gallerie degli Uffizi hanno superato per la prima volta il Colosseo e sono diventati il museo più visitato d’Italia e il quinto al mondo è (anche) per questo. E non lo nascondono: “Da quanto siamo sbarcati su TikTok (coinvolgendo anche Chiara Ferragni, ndr) abbiamo visto raddoppiare gli ingressi degli under 25″, hanno spiegato a fine marzo. Non è solo che funziona. È che muove pure un sacco di soldi: secondo una ricerca di EMarketer, citata dall’Economist, quest’anno il 75% dei brand americani investirà soldi nell’influencer marketing (in crescita rispetto al 65% del 2020) e la spesa complessiva per questo settore di mercato potrebbe toccare i 16 miliardi di dollari, arrivando a generare un giro d’affari di 10 miliardi, che potrebbe crescere sino a 85 miliardi entro il 2028.

Perché succede? Perché sono sempre di più le aziende interessate ad avere visibilità online, soprattutto attraverso i social network, per catturare clienti fra i Millennial o nella cosiddetta Generazione Z: “Ci contattano, ci dicono che cosa vogliono, se vogliono post, foto, video o altro e noi incarichiamo il creator giusto per loro”, ci ha spiegato Simone Giacomini, uno dei fondatori di Stardust, una vera e propria scuola di influencer alle porte di Milano. A oggi, impiega oltre 150 creator su piattaforme come TikTok, Facebook e Instagram, cui paga uno stipendio (fra i 500 e i 3mila euro al mese) per produrre una media di 10 contenuti alla settimana. Come detto, funziona: a fronte di un investimento iniziale di 100mila euro, Stardust ne ha fatturati 1,5 milioni nel 2020 e oggi ha 35 dipendenti. E la sede in una villa di 1.500 m² con piscina, palestra e parco in provincia di Monza: “All’interno vivono 15 creator fissi e altri 8 che cambiano ogni settimana, hanno fra i 16 e i 22 anni e oltre a creare video, seguono corsi di fotografia, editing, montaggio, dizione, recitazione, inglese e canto”. Imparano a fare quello che potrebbe essere il loro primo lavoro, insomma.

Che cosa serve e quanto si guadagna

Per farcela “servono soprattutto due cose – ci ha detto Eugenio Scotto, fra i fondatori di One Shot, una fra le principali agenzie di talenti in Italia – cioè contenuti validi e talento nell’esprimerli. Se si riesce a metterli insieme, allora il profilo di quella persona funzionerà”. E metterli insieme è proprio il lavoro di One Shot, che ha una quarantina fra dipendenti e collaboratori e una scuderia di 40 creator, di cui una ventina parecchio grandi e importanti, come Elisa Maino, Cecilia Cantarano, Marta Losito e Mattia Stanga.
“L’idea del creator che inizia a produrre contenuti nella sua cameretta, nella sua confort zone, dove si sente al sicuro e poco male se sbaglia, è ancora valida. E molto spesso è così che si inizia – ci ha detto ancora Scotto – Ma solo questo non basta: il 90% di loro, se non adeguatamente sostenuti, si spegne e sparisce nel giro di un paio d’anni”. E quindi? “Oggi i giovani sanno meglio come approcciarsi ai social rispetto a 15 anni fa, ma quello di cui hanno bisogno è appunto quello che fa la nostra agenzia: dare una strategia, creare un calendario dei contenuti, una programmazione, valorizzare le capacità di ogni singolo creator, dare maturità e concretezza imprenditoriale a quelli che all’inizio sono solo entusiasmi giovanili. E anche stabilire i rapporti con le aziende, aiutare ragazze e ragazzi a immaginare il loro futuro, magari facendoli crescere anche su altri media”.

Ma quanto si guadagna, a fare questo lavoro che sino a 2-3 anni non era un lavoro (se non per pochi)? Le agenzie come One Shot cercano le aziende e i brand con cui usare specifici creator, ma anche vengono cercate dalle aziende che vogliono investire nella comunicazione sui social network. Ed è da lì che arrivano i soldi veri: “Noi non diamo uno stipendio ai nostri creator, ma alcuni dei più grossi arrivano a fatturare anche un milione di euro l’anno“. Proprio così: un milione di euro l’anno, in Italia. “Alcuni di loro si sono comprati casa, con questo lavoro – ci ha confermato Scotto – Altri sono diventati talmente importanti da andare praticamente fuori mercato”. È il caso dell’onnipresente Khaby Lame, che non è nel team di One Shot e che “ormai è troppo grosso per l’Italia, nel senso che servono cifre troppo alte per ingaggiarlo”. Lui è ai livelli di Charli D’Amelio, la giovanissima americana da 100mila dollari a post, ma arrivare lì è tutt’altro che facile.

Foto: Khaby Lame. Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

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