“Steve non voleva il fotografo”. Una storia di 25 anni fa per capire meglio Jobs

“Steve non voleva il fotografo”. Una storia di 25 anni fa per capire meglio Jobs

“Steve non voleva il fotografo”.

Steven Levy, il reporter americano che per anni ha avuto un accesso privilegiato ai keynote del co-fondatore di Apple, ricorda bene il giorno di maggio di venticinque anni fa in cui, davanti ai suoi occhi, Jobs si è trasformato in “Bad Steve”.

“Era maggio del 1998 e Jobs stava per lanciare l’iMac. Il computer doveva essere svelato ad agosto, esattamente 25 anni fa – ha scritto Levy per Wired per celebrare proprio questa ricorrenza -. E Jobs aveva scelto me, che allora lavoravo per Newsweek, per dare una prima occhiata esclusiva e passare del tempo con lui mentre si preparava per il lancio”.

Ma Jobs è andato su tutte le furie quando ha saputo il nome del fotografo scelto dalla rivista.

Moshe Brakha era un fotografo di Los Angeles rispettato per i suoi scatti ad artisti come Joni Mitchell e i Ramones. Jobs però non lo aveva mai sentito nominare e non si fidava affatto delle sue capacità. 

Il co-fondatore di Apple aveva tutte le ragioni di essere nervoso. Il lancio dell’iMac G3 doveva essere una tappa chiave nel rilancio dell’azienda di Cupertino. Appena un anno prima Apple era sull’orlo del fallimento. Si pensava che sarebbe stata venduta alla Sun Microsystems. Il valore di un’azione era inferiore ai 10 dollari. 

Steve Jobs, da poco rientrato in azienda, pretendeva che ogni cosa fosse perfetta. Anche i minimi dettagli.

Levy, oggi, descrive bene l’ansia vissuta dai dipendenti Apple venticinque anni fa, in occasione del lancio del primo iMac: “Dopo aver guidato la sua Mercedes fino alla struttura che ospitava l’evento, ho assistito a un momento spiacevole in cui Steve ha rimproverato uno dei suoi dipendenti durante le prove per non aver raggiunto un adeguato livello di ‘perfezione jobsiana’”.

Erano quelli i momenti in cui Jobs si trasformava in un imprenditore crudele e sgradevole. In “Bad Steve”, insomma.

Anche Brakha, durante lo shooting per il servizio di Newsweek, rischiava le ire di Jobs. Ma poi il fotografo è riuscito ad ammansire l’imprenditore “allo stesso modo in cui un mandriano di un ranch di Yellowstone addomestica uno stallone selvaggio”. La metafora di Levy rende l’idea di quale fosse la situazione quel giorno.

Alla fine Brakha ha conquistato inaspetttatamente Jobs. E Levy assicura che il sorriso di Steve, nello scatto iconico in cui tiene un iMac G3 tra le gambe, fosse genuino. Di certo ad Apple quella foto è piaciuta a tal punto da volerne acquistare, in seguito, i diritti.

Lo scatto di Brakha in effetti sintetizza lo stile di Jobs – con il suo look riconoscibile ed essenziale fatto di jeans e dolcevita nero – e quello dell’azienda che stava guidando in quel momento. Il primo iMac – disegnato da un giovane Jony Ive – non solo è stato un successo commerciale, ma ha anche gettato le basi per la filosofia “whole-widget” che sognava Steve Jobs. Si trattava di un approccio innovativo alla produzione di computer e altri dispositivi: Apple li avrebbe disegnati da zero, senza ricorrere a pezzi provenienti da altre aziende, per avere un controllo totale su hardware e software e sulla loro integrazione. 

Venticinque anni fa, insomma, Brakha è riuscito dove altri hanno fallito miseramente. Steve Jobs infatti era allergico ai fotografi, fatta eccezione forse per Norman Seeff – che nel 1984 lo ha ritratto con un Macintosh leggendario, anche in questo caso tra le gambe e Diane Walker, la fotografa del Time che ha immortalato anche la vita privafa dell’imprenditore. E che ha consegnato ai fan di Jobs la foto simbolo del suo amore per il minimalismo.

Tutti gli altri non avevano vita facile. Mentre Albert Watson si preparava a scattare uno dei ritratti più iconici di Jobs – quello finito sulla copertina della biografia firmata da Walter Isaacson – ha ricevuto un avvertimento dalla PR Apple: “Fai attenzione, Steve non ama i fotografi”.

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