Per la mancanza di umorismo dei colleghi, un prof inventa la prima emoticon

Per la mancanza di umorismo dei colleghi, un prof inventa la prima emoticon

Ogni tanto si dibatte su chi e perché abbia inventato le emoticon. E per molto tempo è rimasto un mistero la paternità dela emoticon più usata, la combinazione “due punti-trattino-parentesi”, che rovesciata di 90 gradi ricorda il sorriso; e il suo opposto, la smorfia di disapprovazione, realizzata semplicemente invertendo la direzione della parentesi.

Il mistero è finito nel febbraio del 2002 quando sono stati pubblicati i risultati di una ricerca condotta da Mike Jones, il ricercatore di Microsoft che si era convinto a verificare l’affermazione di un professore universitario che sosteneva di averlo inventato lui, lo “smiley”. Questa ricerca pare che sia stata complicatissima, anche tecnologicamente, perché i modi di scrivere e archiviare testi sui computer sono molto cambiati nel tempo. Tanto tempo. Al punto che il progetto venne chiamato Digital Coelacanth, dal nome di alcuni pesci che nuotano negli abissi marini. Il documento cercato risaliva al 1982, gli albori di Internet. Insomma, in quell’anno, il 19 settembre, il professore della Carnegie Mellon Scott Fahlman, aveva effettivamente scritto il seguente messaggio: “Vi propongo che la seguente combinazione di caratteri indichi uno scherzo; per quelli che non sono scherzi basta cambiare il senso della parentesi”. In effetti la seconda emoticon oggi non indica i messaggi seri, ma una smorfia di disapprovazione o di delusione. Ma il primo è davvero diventato la emoticon più usata del mondo. Praticamente da subito, ricorda il prof in un lungo post commemorativo. La  vicenda è interessante non solo per ragioni storiche, ma perché ci aiuta a comprendere meglio alcuni meccanismi della Rete che non sembrano molto diversi da allora quando le persone, pochissime, che stavano in Rete, si incontravano e scrivevano sui Bulletin Boards, le Bbs, antesignane dei newsgroup, a loro volta precursori dei social network.

Dice il prof che allora il problema era che quando qualcuno faceva una battuta scherzosa, capitava che qualcuno non la capisse e allora arrivavano subito decine di messaggi di risposta che prendevano la prima affermazione sul serio; e a loro volta questi ne generavano altri di risposta alla risposta sbagliata e così via. E quindi per la mancanza di senso dell’umorismo di alcuni, la conversazione andava in vacca e non c’era modo di riavvolgere il nastro e ripartire dall’inizio (vi ricorda qualcosa? Se frequentato Twitter o Facebook non è molto diverso). Insomma Scott Fahlman, un informatico ancora in forza alla Cnarnegie Mellon, provò a risolvere la questione da informatico, aggiungendo un simbolo inequivocabile alla conversazione che ne indicasse il vero significato. Qualcuno ha obiettato che William Shakespeare o Mark Twain non avevano bisogno di smiley per fare capire che avevano fatto una battuta; e però, argomenta il prof, Shakespeare e Twain non vivevano in Rete, non avevano i social e se qualcuno non capiva una battuta, non aveva modo di fare danni, mentre oggi una battuta incompresa genera ondate di tweet inutili. 🙂

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