La tecnologia del Giro d’Italia: dal casco salva-vita alla borraccia biodegradabile

La tecnologia del Giro d’Italia: dal casco salva-vita alla borraccia biodegradabile

Eravamo il Paese di Ladri di Biciclette, film di Vittorio De Sica del 1948, di ciclisti che vincevano una gara e sul podio confessavano (chissà se accadeva davvero) la gioia per essere arrivato uno“, di telecronisti che per non scandalizzare nessuno parlavano di “problemi al soprasella”.

Guardando e seguendo il Giro d’Italia risulta persino difficile stare in scia a un Paese insospettabilmente in fuga. Oggi la bicicletta evoca un mondo ricco: la Specialissima Disc della Bianchi, la più antica fabbrica di biciclette del mondo ancora esistente, vanto del made in Italy, proprietà del gruppo svedese Cycloeurope, è un gioiello con telaio di carbonio da 750 grammi, gomme Vittoria di grafene, disponibile in 7 taglie diverse, che costa oltre 12mila euro. Ma, grazie ai motori delle e-bike, è anche volano del turismo esperienziale che fa arrivare sulle nostre strade appassionati di tutto il mondo (la Ciclovia del Sole, aperta alle porte di Bologna, ha riscosso un successo tale che gli ingressi sono contingentati); infine è un concentrato di tecnologia applicata.

L’ultimo episodio rivelatore proprio al Giro di quest’anno. Discesa del passo di Godi, con velocità superiori agli 80 all’ora: lo sloveno Matej Mohoric, che pure è uno specialista, sbaglia traiettoria, cerca di rallentare, e i freni a disco danno una risposta tanto immediata che viene disarcionato. Dopo un salto mortale, atterra con la testa sull’asfalto: si è temuto il peggio, invece il casco gli ha salvato letteralmente la vita.

La sicurezza in testa
Il casco che ha salvato Mohoric c
osta 179 euro e, come tanti altri prodotti legati al ciclismo, viene dal Veneto (per la precisione, da Treviso); l’azienda che lo produce si chiama Rudy Project, è nata nel 1985, e oggi vive felice grazie al boom degli sport outdoor che il coronavirus non ha fermato e semmai rilanciato.

Il casco di cui parliamo si chiama curiosamente Spectrum, e se Mohoric non è diventato uno spettro lo si deve a tanti fattori. Il peso, 240 grammi, è sopportabile, e la leggerezza è un requisito per non aggravare le prestazioni. I test da superare prima di arrivare sul mercato, compresa la resistenza a un impatto contro una barriera di acciaio e l’antiscalzamento dalla nuca, garantiscono la sicurezza. Il resto, ovvero il prodotto, è un combinato di ricerche e tecnologia: la parte esterna è composta da tre calotte di policarbonato, scelto anche per garantire la ventilazione; la parte interna invece è di polistirene (il 98% è aria), per assorbire l’impatto e disperdere l’energia senza che sia trasmessa al resto del corpo.

Rudy Project produce caschi e occhiali, ma anche altre aziende si sono messe in testa che lo sport è un mercato interessante. Selle Italia, per esempio: come dice il nome, è concentrata sulle selle, che nel ciclismo sono tanto importanti quanto altre parti della bicicletta. Verrebbe da dire che la sella è il miglior amico del ciclista: i modelli che escono da Asolo sono sostenibili al 100%, made in Italy, sottoposti a trattamento antibatterico. Hanno un foro, ribattezzato Superflow, studiato per garantire un maggiore scarico della pressione della zona centrale del corpo, e hanno una forma waved che migliora stabilità e comfort; infine, l’imbottitura assorbe meglio gli urti in ogni condizione.

Il riciclo e le borracce dei ciclisti
Ma il Giro oggi è pure un programma, chiamato Ride Green, per la raccolta differenziata dei rifiuti generati da ogni tappa, tra cui non figurano più le borracce lanciate dai ciclisti a bordo strada: intanto, il gesto è proibito e pure multato, quando effettuato fuori dagli spazi previsti; poi, Named Sport, l’azienda che ha il monopolio nutraceutico nelle grandi gare (ormai laboratorio a cielo aperto per testare nuovi prodotti), ha svelato una borraccia biodegradabile. Si chiama Hydra2Pro, non va gettata nella plastica, ma nell’umido: è dichiarata l’assenza del Bisfenolo A, una sostanza utilizzata normalmente nella produzione della plastica che può anche migrare nei cibi e la sua decomposizione è resa possibile da microorganismi aerobici che interagiscono con l’ossigeno.

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