I giovani italiani e i lavori hi tech, un rapporto complicato

I giovani italiani e i lavori hi tech, un rapporto complicato

Più della metà dei giovani italiani tra 18 e 30 anni vorrebbe cambiare lavoro, ma teme che il suo titolo di studio non glielo consenta. La ricerca Epicode-SWG in esclusiva per Italian Tech analizza il complicato rapporto dei giovani italiani con il mondo del lavoro e si riferisce a un campione di 600 persone tra i 18 e i 30 anni. E spiega come in realtà la paura del futuro comincia presto: ancora a scuola, infatti, tre studenti su cinque dichiarano di temere che alla fine degli studi non riusciranno a trovare un lavoro di loro gradimento. 

D’altra parte il lavoro non è solo una fonte di sostentamento economico: per 7 su dieci è importante che sia “figo”, insomma che si possa raccontare in giro quel che si fa per vivere suscitando invidia e ammirazione (ma chissà, magari basta la stupore, considerati i titoli e le qualifiche fantasiose che nascono con le nuove professioni). Ovviamente questo non è avvertito come un tema di primaria importanza tra chi ha una formazione umanistica e chi si dichiara lontano dal mondo tech in genere. 

Cruciale la domanda della tabella 7: “Pensando ai prossimi 3 anni, quali sono i principali ambiti di competenza che andranno sviluppati o consolidati nella vostra impresa / quali sono i principali ambiti di competenza che vorresti sviluppare o consolidare per migliorare il tuo futuro profilo professionale?” È rivolta sia alle aziende che ai giovani, come si vede, e tra le risposte nascono interessanti affinità e divergenze. Il caso più eclatante è quello delle lingue straniere, dove tra i 18 e i 30 anni il 43% ritiene che possano giocare un ruolo determinante nel trovare un posto di lavoro, mentre per chi assume la percentuale è solo del 12%. Va detto che, nella prospettiva di un datore di lavoro, questo implica che la conoscenza delle lingue straniere sia un dato acquisito, esattamente come una certa competenza informatica. Come la capacità di destreggiarsi, almeno a livello base, col codice, che però viene presa un po’ sottogamba dai giovani: è importante per il 32% delle aziende, ma solo per il 24% dei giovani. Un ottimo esempio del divario tra quello che le aziende cercano davvero e quello che i giovani si aspettano che le aziende cerchino da loro. Ed Epicode è una Ed-Tech italiana che fa proprio questo: insegna il coding a giovani ed aziende.

Ancora, chi ha già un impiego tende a temere le novità tecnologiche, e ha paura di finire rottamato. D’altro canto, però, coloro che un lavoro non ce l’hanno, non lo cercano e magari non studiano nemmeno (i cosiddetti Neet) vedono nella tecnologia un’opportunità per cambiare vita: alla domanda se un forte aggiornamento delle competenze in chiave tecnologica e digitale potrebbe dare una svolta alla loro situazione lavorativa rispondono affermativamente in 7 su 10.

Un luogo comune è che imprese in Italia fatichino a trovare profili STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), e la ricerca Epicode-SWG lo conferma a chiari numeri: la media è del 57%, con punte che arrivano all’80% tra le grandi aziende. 

E se una laurea non è davvero una discriminante per essere assunti nelle piccole imprese (non conta per il 61%) e nelle medie (ininfluente per il 50%), lo diventa per le aziende più grandi, dove non si entra senza il pezzo di carta (succede solo al 10% dei nuovi assunti). Infine un dato positivo è che la percezione dei lavori legati alla tecnologia tra i giovani non è legata all’essere uomini o donne. Tra gli sviluppatori di app c’è parità assoluta (sempre in linea teorica, ricordiamo, ché poi la realtà è ben diversa), mentre per i giovani le ragazze sono più portate a disegnare interfacce che non a progettare automi. Lo scarto è comunque ridotto, certo meno di quello che c’è tra le bambole e i robot giocattolo.

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