Chi possiede i diritti delle opere d’arte create dall’intelligenza artificiale?

Chi possiede i diritti delle opere d’arte create dall’intelligenza artificiale?

Un’intelligenza artificiale può registrare un brevetto e godere così della protezione dei diritti connessi? Oppure richiedere il riconoscimento del diritto d’autore su un’opera d’arte realizzata artificialmente? Secondo gli Stati Uniti la risposta è no, in entrambi i casi. Chi deposita un brevetto all’US Patent and Trademark Office o un’opera dell’ingegno all’US Copyright Office dev’essere un inventore in carne e ossa, come del resto il primo organismo aveva già stabilito nel 2020. 

L’ultima decisione dell’agenzia statunitense sul copyright

A quelle decisioni, e a quelle di alcuni tribunali statunitensi, si è aggiunto lo scorso 14 febbraio anche l’Ufficio del copyright degli Stati Uniti. Al centro della decisione c’è sempre lui: il fisico statunitense Steven Thaler, che ha creato un sistema di intelligenza artificiale battezzato Dabus e in grado di partorire appunto idee, progetti, invenzioni e opere d’arte (perfino un nuovo tipo di contenitore per il cibo o un sistema luminoso di illuminazione d’emergenza). Una doppia rete neurale in cui i due network cooperano fra loro, sfornando proposte e concetti originali. Che però, di nuovo, non possono godere di alcuna protezione. Almeno negli Usa, nel Regno Unito e nell’Unione Europea.

Se, infatti, Australia e Sudafrica negli scorsi anni hanno dato almeno un parziale via libera alle invenzioni artificiali, chiamiamole così, i regolamenti statunitense ed europeo rimangono piuttosto stringenti e antropocentrici: non c’è al momento speranza che i lavori realizzati dalle macchine intelligenti vengano riconosciuti (e protetti) come quelli degli esseri umani sia sotto l’aspetto brevettuale che sotto quello autorale. Dopo la sentenza di un tribunale federale dello scorso autunno è ora, di nuovo, l’US Copyright Office a negare la registrazione di un’opera d’arte intitolata “A recent entrance to paradise” e creata dal sistema ideato da Thaler, che è a capo di una società – la Immagination Engines Inc. – con sede a St.Charles, in Missouri. La cui tesi, si sarà capito, è che prevedere per forza una qualche “paternità umana” di un’opera o di un brevetto sia incostituzionale. Il deposito era già stato bocciato nel 2019 e dopo il ricorso del ricercatore una commissione di tre esperti ha appunto confermato il provvedimento, motivandolo ulteriormente.

Il necessario contributo umano

L’agenzia ha preso atto del fatto che l’opera sia stata realizzata da un’intelligenza artificiale (che Thaler chiama “Creativity Machine”) ma ha anche spiegato che le attuali leggi sul copyright offrono protezione esclusivamente “ai frutti del lavoro intellettuale” che si fondano “sulle capacità creative della mente umana”. Insomma, per poter godere delle tutele di legge un brevetto o un lavoro creativo devono essere creati da un essere umano o attraverso un suo contributo significativo. Per questo, l’ufficio non registrerà alcun lavoro “prodotto da una macchina o attraverso un processo meccanico” a cui manchi l’intervento o l’input creativo di un autore umano.

La battaglia di principio sull’AI titolare di diritti

La questione è evidentemente molto sottile. Se anche Dabus procede del tutto in autonomia grazie ai meccanismi di machine learning e acquisendo nuovi dati senza che nessuno debba fornirglieli per realizzare i suoi progetti di design o le sue creazioni d’arte, in fondo l’input umano di chi ha realizzato quelle reti neurali non manca. Thaler, che è anche uno dei membri dell’Artificial Inventor Project, una piattaforma che sta spingendo su scala globale perché le idee delle macchine vengano riconosciute come quelle degli esseri umani, vorrebbe però molto di più. Vorrebbe cioè che alle AI venisse riconosciuto uno statuto autonomo di creatività e inventiva. Il suo scopo in fondo non è proteggere una certa opera o uno specifico brevetto ma affermare un principio con cui in fondo, prima o poi, dovremo confrontarci.

L’Us Copyright Office ha inoltre ripercorso una serie di sentenze in cui il concetto di intervento umano veniva ribadito come base per riconoscere o escludere la protezione del copyright. Il che, come spiega anche The Verge, non significa necessariamente che il ricorso all’intelligenza artificiale o ad altri ausili tecnologici sia inaccettabile, ad esempio nel mondo dell’arte. E allora la videoarte o l’arte digitale? Per l’agenzia Usa è la modalità stessa di presentazione dell’opera d’arte a influenzare l’esito della richiesta: se per esempio Thaler l’avesse descritta come una sua creazione realizzata attraverso il supporto di un sistema informatico avrebbe con ogni probabilità potuto registrarla. Ma dal momento che la sua è appunto una battaglia di principio intorno alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, ed avendo sottolineato l’assenza di un qualsiasi coinvolgimento di un essere umano, allora quella registrazione (in una sorta di gioco delle parti certo anche un po’ scivoloso) non può avere seguito. Le sue argomentazioni giuridiche a favore dell’intelligenza artificiale come agente le cui opere siano degne di protezione, infine, non hanno convinto l’Usco a “contraddire un secolo di giurisprudenza sul copyright”.

I brevetti in UE

Il mondo dei brevetti è piuttosto complicato e al centro di business che possono influenzare al contempo aspetti geopolitici e sorti industriali delle economie nazionali. Nel 2020 l’Ufficio europeo dei brevetti di Monaco di Baviera ha ricevuto per esempio 180.250 candidature, appena lo 0.7% in meno rispetto al 2019 nonostante la pandemia. Sono soggetti da Cina e Corea del Sud a piazzarsi al vertice delle richieste di brevetto nell’Unione, con colossi come Samsung, Huawei ed LG ai primi posti. La top 10 include cinque compagnie europee, come non si vedeva da alcuni anni. Gli ambiti più frequentati dagli inventori, sempre rispetto ai dati di due anni fa, sono tecnologie digitali, medicali e per le telecomunicazioni.

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